Contraccolpi nella Magistratura di Mauro Mellini

Contraccolpi nella Magistratura

Ho già avuto modo di scrivere che queste elezioni-terremoto, oltre a segnare una caduta che difficilmente potrà arrestarsi del grottesco “coso” 5 Stelle, e, di contro, la folgorante vittoria di Matteo Salvini e della Lega, hanno comportato anche la sconfitta, oltre che del Cattolicesimo populista di Papa Bergoglio (di cui bisognerà pure parlare), del Partito dei Magistrati.

Voci di una colossale “retata” di politici, che avrebbe dovuto precedere il voto del 26 maggio erano forse del tutto infondate. Ma è certo che se un proposito di intervento omogeno e “pianificato” c’è stato (e c’è) esso si è sgretolato ed è ridotto in frammenti confusi. E la reazione all’uso alternativo della giustizia, messo in atto con la “abituale” contestazione a destra e a manca di reati per lo più di abuso d’ufficio, immaginari in linea di fatto e stravaganti in linea di diritto, si è fatta sentire e non è detto che non sortisca effetti al di là dell’uso nella polemica elettorale.

Ma la cosa che più ha colpito l’opinione pubblica è stato l’apparire del fantasma (ci auguriamo che sia solo un fantasma) di contestazione di corruzione all’interno della stessa Magistratura.

Che in un Paese in cui la corruzione è tanto diffusa (anche se non quanto e con le modalità che sono affermate da quanti hanno interesse a tenere la classe politica sotto il giogo del discredito ed del timore di cadere nella rete giudiziaria) solo la Magistratura sia immune da questa tabe, è più che improbabile, impossibile.

Ma qui la cosa, in sé, grave e piena di conseguenze funeste, è da considerare ai fini delle valutazioni del potere che il Partito dei Magistrati, la pressione ed il timore da essi fatte gravare sulla classe politica ne dovranno pur fare.

Se veramente Salvini ha intenzione e possibilità di portare avanti la sua azione contro l’intimidazione giudiziaria che grava il Paese, questo è il momento in cui la gente comincia ad aprire gli occhi sulla reale sciagura di una Magistratura che più che della giustizia, sembra preoccupata dell’”uso alternativo” di essa.

Un “uso alternativo” che significa necessariamente ingiustizia, come, dopo decenni di teorizzazioni venefiche, ammantate di marxismo, comincia ad essere visibile e concreta.

Vedremo se alle parole seguiranno i fatti. Vedremo pure se la vocazione dei 5 Stelle di far la parte, di fatto, dei tirapiedi delle più becere Procure, si esaurirà o se certe perversità siano invece entrate nel Dna della politica e della vita sociale. Vedremo. E non ci sarà molto da attendere.

Mauro Mellini

Mauro Mellini interviene sul caso Morra

Mauro Mellini

Nicola Morra

Autorevole intervento di Mauro Mellini
Sono informato che in Calabria, terra di esperimenti di ogni devianza giudiziaria, si sono formati “gruppi di lavoro” che fanno capo all’impegno paragiudiziario del Prof. Morra, del Movimento 5 Stelle di Cosenza divenuto poi Senatore e Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, del quale a suo tempo avevo a segnalare una parossistica presenza in Uffici ed anticamere del Palazzo di Giustizia.

CALABRIA: UN PARTITO DI DELATORI
AL SERVIZIO DEL P.d.M. (O VICEVERSA)

L’episodio dell’intervista non mandata in onda sul Presidente Giovanni Leone e sulla falsa attribuzione al Partito Radicale dell’operazione con la quale lo si costrinse alle dimissioni (e la grottesca e falsa scena di Pannella al riguardo), mi ha dato modo di riflettere sulla colpevole nostra leggerezza con la quale assistemmo a tutta la vicenda, dimenticando il profetico ammonimento che Leone fece a tutti noi nel discorso con il quale annunziò le sue dimissioni, esprimendo la preoccupazione che quanto messo in atto (non casualmente) contro di lui divenisse metodo usuale della lotta politica.
Lo è divenuto ed ha superato sicuramente ogni più pessimistico presagio di quello che è stato, ed è ora di affermarlo con forza, il migliore Presidente della Repubblica e, al contempo, il “protomartire” di un non ancora neppure teorizzato “uso alternativo della giustizia” e del suo connesso “jus sputtanandi”.
Non poteva pensare Giovanni Leone che si sarebbe arrivati non solo alla “normalità” dell’“uso alternativo della giustizia” ed all’uso ulteriore delle campagne mediatiche a scopo politico ma anche alla potenza di essi tra tutti i mezzi di confronto e di lotta dei liquami di tali sistemi teorizzati dalla Sinistra ed alla priorità che essi hanno nella lotta e negli equilibri (si fa per dire) del nostro Paese.
Sono informato che in Calabria, terra di esperimenti di ogni devianza giudiziaria, si sono formati “gruppi di lavoro” che fanno capo all’impegno paragiudiziario del Prof. Morra, del Movimento 5 Stelle di Cosenza divenuto poi Senatore e Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, del quale a suo tempo avevo a segnalare una parossistica presenza in Uffici ed anticamere del Palazzo di Giustizia.
Pare dunque, che tali “gruppi di lavoro”, che potrebbero chiamarsi “gruppi di delazione organizzata”, si siano creati tra gli “Amici del Bar dello Sport”, base del Movimento 5 Stelle di Cosenza, che “conducono istruttorie popolari” di presunti, presumibili e non presumibili reati contro la Pubblica Amministrazione, che, poi, esibiscono, magari con quel tanto di “autorevolezza” (!!!???) che loro deriva dal fatto di essere del partito del Presidente dell’Antimafia, negli Uffici della Guardia di Finanza o di altri Organi di Polizia Giudiziaria.
Non voglio attardarmi a parlare del di più ed a selezionare la portata di tali voci (ci sono voci vere e false e voci sull’origine delle voci etc. etc.). Ma il solo fatto che in una Città che ha, oltre tutto, tradizioni di cultura e di sensibilità democratiche e che ha espresso Uomini della levatura di Giacomo Mancini, si possa concepire un modo simile di fare politica, è cosa agghiacciante.
Se poi si considera che la parte politica che si organizza per questa attività che più chiaramente può definirsi delazione organizzata, è sostenitrice della tesi che il cosiddetto “avviso di garanzia” “garantisce” a chi ne è causa di costringere alle dimissioni uomini politici e funzionari, abbiamo un quadro di una democrazia telematico-delatoria tale da rovinare il tessuto stesso della società e dello Stato non solo a Cosenza.
Se c’è chi pensa che dedicarsi a certe congreghe di “investigatori” poco dilettevoli sia qualcosa di meglio della tradizionale delazione (di “corvi” e figuri “al soldo” delle Questure), il fatto è ancora più grave.
L’imbecillità è il collante di ogni forma di malvivenza.
C’è chi avrebbe il dovere di reagire a fatti e situazioni con fermezza e senza mezzi termini.
Se non lo si fa, direi che è questo l’aspetto più preoccupante di un sistema indecoroso ed insopportabile che non ha a che fare con la democrazia.

Mauro Mellini

Mauro Mellini denuncia potere dei pm e inerzia dei politici

Mauro Mellini e Maximiliano Granata

È il caso di Mauro Mellini, già deputato radicale e membro del Csm, che ha fatto il giro delle sette chiese in cerca di un editore per Il partito dei magistrati, trovando asilo solo presso il coraggioso ma minuscolo Bonfirraro. Ed è un peccato, perché libri come il suo sono proprio ciò che manca al dibattito (truccato) sulla giustizia: da anni assistiamo a una sfida da feuilleton tra un imprendibile Fantômas e un tenace commissario Juve, e il duello ruba la scena alle questioni serie, che riguardano, prima di tutto, l’equilibrio tra i poteri. O meglio, lo squilibrio.
Il libro di Mellini, tra il saggio storico, il pamphlet e il memoriale, rileva il paradosso di «una funzione dello Stato che si erge a partito e che come partito opera e si muove nella vita politica e sociale». Il suo bersaglio è la «giustizia deviata», uscita dal recinto delle sue funzioni e dedita al pascolo abusivo in terreni che non le spettano. Lo sconfinamento parte già nel dopoguerra e trova i primi appigli nell’ambiguo compromesso costituzionale. È teorizzato poi nel periodico di Magistratura democratica, che Mellini è andato a rileggersi: grattando la crosta del gergo contestatario, ecco emergere temi come l’indipendenza assoluta della magistratura e il suo diritto a mutare i rapporti sociali a colpi di sentenze. Ma il punto di svolta è la gestione delle due grandi emergenze, mafia e terrorismo. È allora che la giustizia si ammanta di metafore militaresche: i magistrati sono «in trincea», ogni procura è un «avamposto dello Stato». Il potere della corporazione si estende, la cultura delle garanzie retrocede. E già che in Italia, secondo l’adagio di Flaiano, nulla è più definitivo del provvisorio, l’emergenzialismo sopravvive all’emergenza.

Dalle pagine di Mellini, che intrecciano con piglio quasi romanzesco questioni tecnico-giuridiche — la composizione del Csm, i tranelli del nuovo codice, i magistrati fuori ruolo — e grandi storie nazionali come il caso Montesi e il caso Tortora, prove generali del circo mediatico-giudiziario e dei suoi usi politici, si ricava una lezione desolante: l’esondazione, più che all’attivismo della corporazione o al protagonismo delle sue avanguardie, si deve all’ignavia della politica e ai suoi calcoli di tornaconto. Un esempio è la legge Breganze, che sancì nel 1966 la «carriera automatica» dei magistrati, senza criteri di merito. Quando la norma era in discussione, racconta Mellini, perfino Andreotti sollevò qualche riserva, ma gli fu raccomandato di tenerla per sé, perché altrimenti «ci arrestano tutti gli amministratori democristiani». Altro esempio è il referendum per la responsabilità civile dei magistrati, indetto sull’onda del caso Tortora. Il ceto politico non volle andare fino in fondo e tradì l’esito referendario: restò a mani vuote, ma ottenne comunque di inimicarsi i giudici, che vissero la campagna come un affronto. Mani pulite era alle porte. Quando poi, in un demagogico cupio dissolvi, i parlamentari si spogliarono di quell’immunità di cui pure avevano abusato, la frittata era fatta, lo squilibrio sancito. E la classe politica della Seconda Repubblica, malgrado i fuochi d’artificio, si è guardata bene dall’affrontare il nodo, secondo l’abitudine nazionale al rinvio.
Mellini non si rassegna all’idea che le sue, per usare la formula einaudiana con cui i liberali fanno quasi un vanto della loro irrilevanza, siano «prediche inutili». Però lo teme, tanto che la sua dedica è «a tutti coloro che non leggeranno questo libro, con l’augurio che non abbiano ragione per pentirsi di non averlo letto». A riprova che il garantismo è pensiero non già egemone, ma solitario e clandestino.

MAGISTRATI: IN ATTESA DELLA CATASTROFE

Mauro Mellini

Che fa il Partito dei Magistrati?

Il caos del mondo politico e delle strutture governative è tale che, magari, qualcuno ha l’impressione che esso si sia ritirato e messo da parte, spaventato più che stimolato dalla prospettiva di conquistare il potere, gli altri poteri dello Stato.

Non credo che ciò sia vero. L’erosione del sistema di bilanciamento dei poteri e dei limiti che quello giudiziario deve osservare è costante e insistente. Ed ogni tanto qualche palese baggianata, qualche piede in fallo messo nel muoversi in tale direzione si manifesta in modo clamoroso e grottesco. Basti pensare alla contestazione del “sequestro di persona per mancata accoglienza” del Procuratore di Agrigento, divenuto per l’occasione Procuratore di tutti i mari e di tutti i porti.

E’ vero, piuttosto, che anche il P.d.M.  è in crisi, è senza guida e va brancolando alla ricerca di obiettivi. Che non gli mancano perché sempre e ovunque cerca potere e tende a debordare per procurarsene quanto non gli spetta in ogni occasione e direzione.

C’è poi il fatto che, a seguito della clamorosa contestazione che la stessa Cassazione ha fatto delle vicende di Nino Di Matteo, dell’affare Saguto, di quello di Sicindustria, la Sicilia e Palermo fino a poco fa capitale di Togalandia sembrano divenute sede meno tranquille per l’estremismo politico-giudiziario, già compromesso fortemente in Sicilia dai capitomboli non solo politici di Ingroia, che in una alleanza del P.d.M. con i 5 Stelle sembrava essere divenuto il profeta ed il maestro.

L’epicentro delle velleità (se di velleità si tratta) di “occupare la politica” da parte dei magistrati “lottatori” è ora indiscutibilmente la Calabria.

Ed in Calabria è Gratteri con il suo variegato passato di rapporti speciali con la politica (Ministro della Giustizia in pectore di Renzi, respinto da Napolitano etc. etc.) pare abbia scelto di muoversi sul piede di casa. C’è chi in Calabria dà per sicuro la sua candidatura a Presidente della Regione per le prossime elezioni.

Non so quanto vi sia di vero e di probabile in una così specifica affermazione. Certo è che Gratteri sta diventando primatista di presenze in convegni, dibattiti, cerimonie ed esibizioni varie, al punto da mettere in pericolo il primato del “Cittadino di Cento Città”, Di Matteo.

Una domanda si impone: con chi dovrebbe scendere in campo il Procuratore oramai distratto da altri miraggi? L’idea che un magistrato non ha bisogno di scegliersi un partito è tramontata già con l’ineffabile Ingroia.

Che lo vogliano con loro i 5 Stelle è probabile, anche se da quella parte le cose sono sempre meno certe di quanto possano apparire. E, poi, questo segnerebbe un altro passo, localmente definitivo, della frattura con la Lega. Senza la quale non c’è toga che potrebbe colmare il deficit, questa volta, di voti.

Ma quanti in Calabria si rendono conto del pericolo di una tale candidatura, è ben che facciano conoscere il loro NO secco ed insuperabile senza attendere l’ultimo momento, in cui lo sgomento del dir no ad una toga così fortemente sventolata al vento della politica potrebbe superare ogni ragionevolezza.

Intanto c’è il diffondersi e consolidarsi della tendenza a sottoporre l’attività amministrativa ad una sorta di sindacato di merito da parte della giustizia, di quella penale (e delle Procure) soprattutto facendo di ogni errore di procedura un “abuso”. Si potrebbe dire che i Magistrati, quelli “lottatori”, del “Partito”, abusando soprattutto del reato di abuso d’ufficio si attribuiscano una partecipazione al potere esecutivo. E, quel che è più grave, tale potere non è “correttivo”, di incidenza sulla repressione del mal fatto, ma è realizzato con la diffusione generale di un timore su ciò che potrebbe pensarne la Procura. Paura dell’incidente giudiziario, cioè, invece che della legge penale.

E paura anche del più clamoroso degli errori di Procure e Gip. Nessuno vuole rischiare arresti e provvedimenti cautelari, anche se così assurdi da essere certamente seguiti da clamorose (mai abbastanza) assoluzioni e revoche.

C’è in atto una politica da intimidazione che è l’esatto opposto delle funzioni della Giustizia in un Paese libero.

Avvisi di cosiddetta garanzia, arresti, sospensioni cautelari. A volte non si va oltre. Ma, ai fini di una politica di generale intimidazione e di imposizione del potere della “Magistratura partito” anche un avviso di garanzia il più sgangherato destinato a finire in una archiviazione a breve termine (il che è sempre difficile) sono un mezzo di intimidazione, fanno sì che qualcuno, magari un vero galantuomo sia portato a dire “Ma chi me lo fa fare?”. Non tutti possono permettersi di reagire come Salvini di fronte alla cantonata di Patronaggio.

E questa capacità di intimidazione nei confronti anche e soprattutto delle persone dabbene diventa una “ragione” per guardarsi le spalle prendendosi in Giunta un magistrato, che sia di garanzia e di protezione agli altri.

Cosa che, poi, magari non funziona affatto.

Insomma, mentre il Partito dei Magistrati perde colpi ed occasioni per le sue maggiori ambizioni, si consolidano e si fanno più insolenti i suoi espedienti, le sue violenze locali, i suoi abusi quotidiani.

Si parla di molti guai. Non si parla abbastanza di questi che non sono dei minori e, francamente, sono i più sporchi.

Mauro Mellini

Tirreno cosentino: La Paura “El miedo” degli amministratori pubblici.

Maximiliano Granata e Mauro Mellini

Tirreno cosentino: La Paura “El miedo” degli amministratori pubblici. Difendiamo i principi fondamentali dello stato libero e democratico .

La recente applicazione di diverse misure cautelari nei confronti di vari Amministratori locali del tirreno cosentino, induce ad alcune riflessioni. Ogni errore, vero o presunto nelle procedure amministrative è “abuso”, reato che, invece, esige nella sua retta applicazione un duplice intento doloso, non è necessario che, poi si arrivi ad una condanna, nemmeno non definitiva, e nemmeno ad un rinvio a giudizio. Nella strategia del Partito dei Magistrati ciò che conta è imporre la paura “el miedo”. Né importa colpire chi, comunque si è reso responsabile di qualche malefatta .Come dicevano i generali francesi nel 1917 bisogna “fucilarne alcuni per incoraggiarli (cioè terrorizzarli) tutti”.Né importa che si colpisce il Sindaco, il Consigliere, l’Assessore del partito più odiato e temuto dalle “Toghe”. Tutto fa brodo, la paura si espande senza limiti di partito. C’è la tendenza ad interdire o ad arrestare, più che una determinata funzione effettivamente connessa col reato la partecipazione alla vita sociale del soggetto. Una punizione anticipata della “capacità a delinquere”. Bisogna avere il coraggio di fare un’analisi puntuale, coraggiosa e senza reticenza dei “casi” di giustizia ingiusta per difendere i principi fondamentali dello Stato libero e democratico.

Granata(Legalità democratica), inopportuna la presenza di Lupacchini al convegno dei parlamentari Cinquestelle.

Il Procuratore Oreste Lupacchini

Granata(Legalità democratica) inopportuna la presenza del Procuratore Generale Calabrese Oreste Lupacchini al convegno dei parlamentari Cinquestelle.

La Partecipazione del  procuratore generale Otello Lupacchini, Lunedì 12 novembre, alle ore 17,30 presso la Sala delle Culture della Provincia di Catanzaro, al convegno organizzato dai parlamentari del movimento Cinquestelle, proprio perché organizzata da una forza politica, mi sembra inopportuno.

Sicuramente le faremo recapitare il nostro invito a partecipare al  convengo che si terrà a Dicembre, per discutere del Libro del famoso giurista nazionale ed ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura  Mauro Mellini, Il Partito dei Magistrati storia di una lunga deriva istituzionale, dove faremo alcune riflessioni.

Nel nostro paese e in Calabria in particolare è scarsa la letteratura sulla patologia giudiziaria. Una scarsezza che può apparire, quando non ne è sconcia copertura, in contrasto con la gravità del deterioramento del diritto e della sua realizzazione con la funzione giudiziaria . Non pretendo qui riassumere quelli che sono stati i tentativi con cui, pur nell’inadeguatezza delle capacità professionali di illustri giuristi, si è cercato di aprire un discorso di studio e del diritto sotto il profilo della loro dilagante patologia . I principi fondamentali delle garanzie costituzionali, della civiltà del processo penale sono stati “aggirati” con una costante interpretazione riduttiva degli effetti: calpestati e sostituiti con il mito dell’efficacia. Efficacia di “lotta”, capacità di danneggiare il “nemico”, anche a costo di non risparmiare gli innocenti ed i loro diritti . Le leggi, nuove leggi, spesso vengono “invocate” dai giudici a sostegno degli abusi di fatto che alcune giurisdizioni praticano già per i loro disegni e “strategie” di lotta . In Calabria c’è la tendenza ad interdire o ad arrestare, più che una determinata funzione effettivamente connessa col reato la partecipazione alla vita sociale del soggetto. Una punizione anticipata della “capacità a delinquere”. Un’analisi puntuale, coraggiosa e senza reticenza dei “casi” di giustizia ingiusta è quindi attività che si traduce anche in difesa dei principi fondamentali dello Stato libero e democratico. E’ con tale attività di puntuale e, magari, puntiglioso studio ed analisi e di denunzia delle patologie giudiziarie che si fa seriamente la battaglia non solo per la Giustizia Giusta, ma per quella della difesa delle libere istituzioni nel loro globale ed inscindibile complesso. E che si distingue dalle vaghe predicazioni di certi profeti di sé stessi comodamente scambiati per innovatori, di nostra conoscenza ed esperienza.”